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L’ARTE DI PORSI DOMANDE – INTERVISTA A SERGIO ADRIANO H

Il progetto #brazilianart non può iniziare in maniera migliore che con la chiacchierata di due ore con Sergio Adriano H.

Personaggio meraviglioso e super controverso che ha una dialettica fluida, ma un messaggio preciso, vero e crudo da raccontare. 

Quando gli chiedi: Chi sei? la sua risposta è netta: 

Sono  figlio di un padre bianco e di una madre nera, ho cinque fratelli e sono nato a Joinville una cittadina al sud del Brasile con un tasso di razzismo altissimo. A scuola mi chiamavano macaco (scimmia), e nella mia vita i miei genitori non mi hanno mai insegnato a fare domande e di conseguenza, non mi hanno mai insegnato a sognare.

E’ questo il punto focale di tutta la produzione di Sergio: chi era, chi è, e in mezzo mille domande a cui oggi cerca la risposta attraverso l’arte.

 E l’arte gli ha salvato letteralmente la vita. Appassionato di moda, non sapeva disegnare e di conseguenza non riusciva ad esprimere i suoi concetti, fu così che si iscrisse ad un corso di disegno dove è entrato in contatto con l’arte la prima volta e poi – in competizione con sé stesso – ha iniziato a vincere premi su premi, dando voce ai suoi sogni e risposte alle sue domande. 

Fin da piccolo gli hanno messo dei timbri addosso, quelle “verdades apresentadas” (false verità) a cui tutti noi siamo andati incontro un giorno e che rende la società quella che è attualmente, tanto da chiedersi: “perché il colore della mia pelle dà tanto fastidio agli altri? Perché il colore della mia pelle mi rende migliore o peggiore di un’altra persona? Così come il mio stato sociale? 

Sono domande a cui tutti dovrebbero fermarsi a rispondere un giorno, e Sergio lo fa attraverso la sua produzione che definisce “creatrice di conoscenza”. Non a caso, infatti, ha iniziato a studiare filosofia: le domande portano alla conoscenza.

La parola è fondamentale nella descrizione di certi concetti e il libro diventa uno dei medium fondamentali per produrre risposte.

Appassionato di libri, si reca nei “Sebo” (negozio di libri usati) dove acquista molti libri che hanno dei significati precisi, incolla le pagine (il sapere non è accessibile a tutti), e modifica la copertina con parole che rimandano ai pregiudizi della società.

Su tutte le parole “negros” e “pretos” che vengono bandite dal vocabolario, ma che esiste e viene utilizzata sempre e comunque nel suo significato peggiorativo. Trasformando questi libri in altro, messaggeri di un concetto preciso e vero:

Perché nei libri non esistono personaggi illustri della storia del Brasile, sia in arte che in altri ambiti, che hanno la pelle nera?

In Brasile esistono dei timbri che sono usati per marchiare i sacchi di caffè (caffè, schiavi, colore della pelle…vi ricorda qualcosa?), Sergio utilizza questi timbri per creare parole che non sapeva dire (Serie “Palavras Tomadas”), che sono fuori dal contesto pulito della società e che assumono un significato di resistenza e denuncia.

Oltre la ricerca della parola, per Sergio è fondamentale il rapporto con le persone, il confronto porta a farsi domande, ma porta anche alle risposte. Come quando in cella ad una bicicletta, porta in giro le sue fotografie, dando vita alla “galleria su bicicletta” 

#brasilianart (16).jpg

Il punto focale è quello della condivisione con la società di modo che le persone, dopo l’incontro con l’artista e con il suo lavoro, vadano a casa con tante domande a cui probabilmente non avranno mai la risposta giusta.

Come quando, vestito a puntino, ha girato con le sue fotografie che lo ritraevano con il viso dipinto di bianco ( serie “raptura do invisivel”), le 15 città più razziste dello stato, per finire nella piazza centrale della sua città, Joinville.

La chiacchierata con Sergio è stata molto di più di quello che ho potuto raccontarvi qui. Lui è tante cose e la sua produzione è portatrice sana di risposte a domande a cui tutti noi ci facciamo, tanto da meritare un posto speciale in molti musei importanti del Brasile, quale ad esempio  il MAR a Rio. E uno dei suoi obiettivi a lungo termine è proprio quello di entrare nei musei e di far vedere che anche un artista con un colore di pelle diverso può avere un posto di rilievo nella storia dell’arte.

serie “grito do silencio”

Vorrei però concludere questo mio racconto su Sergio con l’opera che mi è rimasta più impressa nella mente, cioè quella intitolata “o lugar que eu pertenco, e o lugar que eu nao pertenco” (il luogo al quale appartengo, e il luogo al quale io non appartengo).

Sono 2 fotografie: la prima è scattata in una via importante di San Paolo (Rua Treze de Maio – giorno dell’abolizione della schiavitù in Brasile), dove lui si ritrae vestito soltanto con la sua pelle all’interno di un cassonetto dell’immondizia (simile ad una gabbia) e lo definisce “il luogo al quale appartengo”,

o lugar que pertenco

Mentre la seconda foto è scattata in un importante parco di San Paolo, dove Sergio si fotografa nudo sopra un piedistallo, ma un poco in penombra (era mezzogiorno quando ha scattato), lasciando che il buio ricopra in parte il suo corpo, e questo è “il luogo al quale non appartengo”.

Quest’opera mi ha catturata non solo per il suo significato ma perché molte volte anche io qui in Europa – io che ho avuto l’immensa fortuna di avere una pelle che piace alla società – mi sono sentita fuori luogo. Semplicemente perché appartenevo ad un’altra cultura…e mi sono sempre chiesta:” perché il mio non essere del tutto italiana non piace?” 

Forse solo oggi trovo la risposta, e capisco perché tantissime volte mi sono sentita in un posto a cui non appartengo.

E ringrazio Sergio per l’opportunità che mi ha dato, attraverso la sua arte, di imparare a farmi domande e quindi a sognare. 

Per conoscere un pochino di più su Sergio Adriano H potete visitare la sua pagina instagram e il sito della galleria della quale fa parte la choque cultural

(Un grazie speciale va a Tomas Cajueiro che mi sta aiutando nella difficile ricerca di tutti questi meravigliosi artisti. )

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